Archeologia social?

  • Written by admin
  • 13/11/2013 at 17:02
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    di CINZIA DAL MASO

    Si riuniranno per la prima volta giovedì prossimo 14 novembre, alle ore 17, al Museo archeologico di Paestum, per iniziativa di Cinzia Dal Maso di Filelleni. Sono gli archeologi più attivi sul web o Cultural heritage blogger, come Dal Maso li ha chiamati, creando dal nulla una categoria professionale che all’Italia serve come il pane, se vuole puntare sui propri luoghi della cultura e farli conoscere al mondo. Vogliono fare fronte comune, organizzarsi, anche con l’aiuto di Andrea Maulini che è un po’ il guru italico della comunicazione culturale via web 2.0. Finora si è occupato prevalentemente di spettacoli portando istituzioni come il Festival dei 2Mondi di Spoleto o il Teatro San Carlo di Napoli ai vertici europei e mondiali di presenza sul web. Dal Maso lo ha stimolato a ragionare anche di beni culturali e vedremo cosa dirà. Nel frattempo ha scritto un vademecum che riassume la filosofia dell’incontro. Così, giusto per capire da dove partire per la nuova avventura. Buona lettura!

    Giusto un anno fa il Museo di Capodimonte chiedeva ai propri visitatori di testare in anteprima le nuove sale dell’Ottocento, per adattare le strategie comunicative alle richieste e curiosità che sarebbero emerse. Per creare un museo sempre più a misura di visitatore, delle sue esigenze e non solo delle idee dello specialista. È stato il primo esperimento in Italia mentre all’estero si faceva già da tempo. Ora addirittura all’Essl Museum di Vienna un’intera mostra, LIKE IT!, è stata curata in toto dagli utenti della pagina Facebook del museo, dalla scelta delle opere fino all’allestimento finale, con possibilità di stravolgimenti anche a mostra in corso: coinvolgimento e partecipazione totali. Ma nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile se non vivessimo nell’era dei social network, capaci di creare una comunità, affezione, partecipazione, e di far circolare idee in tempo reale.
    Certo, lo scopo ultimo non è mai rimanere nell’etere ma portare sempre più gente al museo e al monumento, gente in carne e ossa che ammiri oggetti reali e si parli faccia a faccia. La creazione della comunità virtuale è però oggi la migliore premessa per costruire una comunità reale. Anzi è lo strumento principe, imprescindibile. Così va il mondo: più di tutto funziona il passaparola del web che consente forme di aggregazione, integrazione e partecipazione prima impensate. Perché allora nel nostro paese le istituzioni culturali lo usano così poco? Perché, di fronte all’esercito di social media team attivo nelle istituzioni culturali straniere, noi brancoliamo ancora nel buio? Abbiamo ovviamente esempi virtuosi anche da noi, come per esempio i Musei di Torino o la Soprintendenza della Toscana, ma sono ancora troppo pochi. I nostri beni culturali – musei e monumenti –, ma in generale tutta la nostra cultura, è ancora troppo poco presente nei social e in generale sul web.
    Eppure, i beni culturali dovrebbero essere social per definizione. I monumenti e le opere vengono restaurati, conservati, studiati perché la gente ne possa godere. Il fine ultimo di chiunque si occupi a vario titolo della nostra arte e storia, è presentarla al meglio a tutti. È un servizio per la comunità. Una comunità in parte delimitata in base agli interessi di ciascuno, ma potenzialmente di dimensioni infinite. Chi ama l’antico vedrà meno arte moderna ma, se incuriosito nel modo giusto, l’apprezzerà. È perciò compito dell’istituzione culturale comunicare al meglio i propri valori, e creare sempre nuovi modi per coinvolgere la gente. E coinvolgere sempre più gente.
    I musei e monumenti sono innanzitutto luoghi del comunicare e non vi dovrebbero mai mancare gli esperti di comunicazione a partire dai curatori dell’allestimento museale stesso. E invece inspiegabilmente non ci sono: non sono nemmeno contemplati nelle molte carte delle professioni museali. Alla fine qualcuno che fa il mestiere c’è e con gli anni la sua professionalità si è anche evoluta, ma non è mai stata catalogata chiaramente. Così la figura del comunicatore vero, il comunicatore esperto che innanzitutto conosce e capisce il proprio mondo, il cosiddetto comunicatore culturale, non è mai decollata ufficialmente. Di conseguenza abbondano ancora gli allestimenti museali stantii che non sanno raccontare la loro vera storia.
    Colmano la lacuna i cosiddetti “servizi educativi” che negli ultimi decenni hanno saputo andare oltre i progetti per le scuole e creare iniziative per un pubblico eterogeneo, nell’ottica di una sempre più richiesta e necessaria lifelong education: in molti casi hanno dato vita a interazioni e collaborazioni reali tra le istituzioni e la gente. Hanno fatto vera comunicazione, con serietà e competenza. Poi però, per la comunicazione esterna di tali iniziative, mostre incluse, si sono finora utilizzati prevalentemente i canali promozionali e i media tradizionali. Ma non bastano più. Non raggiungono il pubblico vero e, nell’attuale contingenza, hanno rivelato in molti casi l’enorme disparità tra il loro alto costo e il risultato raggiunto. L’utilizzo del web per la promozione non è ancora alternativo a tutto ciò perché non tutto il mondo è ancora web addicted. Lo è però, per fascia di età e preparazione culturale, molta della gente che già frequenta o potrebbe, se sensibilizzata, facilmente frequentare i nostri monumenti. È già una comunità che chiede costantemente informazioni, contatti e relazioni dirette con l’istituzione culturale. Chiede di essere più coinvolta, di partecipare di più. Le potenzialità del web sono dunque enormi, se lo si usa bene. Se si è capaci di creare un vero seguito, una comunità interessata e partecipe da coinvolgere attivamente nella vita del museo o monumento, stimolandola a “usarlo” come preferisce. A partire – perché no? – proprio dalla curatela e dall’allestimento stesso, cioè dal core business di ogni museo.
    Nessuno, tra i professionisti dei beni culturali, perderà con ciò il proprio ruolo e il proprio mestiere. Il timore è stato espresso da molti all’estero, se ne sta discutendo ampiamente e la discussione è scoppiata anche da noi nel citato caso di Capodimonte. Ma nulla è più lontano dalla realtà, se un professionista è seriamente coinvolto nel proprio mestiere. Il suo ruolo sarà anzi accresciuto: sarà sempre sua la decisione ultima e competente su come attuare i vari progetti, ma potrà avvalersi della consulenza gratuita e partecipata di una comunità, crowd come si dice in gergo, potenzialmente infinita. È un vantaggio enorme, è il vantaggio del web: sapere dal destinatario stesso cos’è per lui più utile e interessante in modo diretto, informale, spontaneo. E la competenza è ancor più necessaria proprio per districarsi nell’enorme quantità di informazioni che il web può fornire. Niente paura, dunque, cari curatori, direttori, studiosi. Adeguatevi ai tempi e sarete a cavallo! Sempre che vi sappiate affidare a un buon fantino, cioè al comunicatore, al social media manager che nel nostro caso andrebbe forse meglio definito come un community manager. Colui che sa creare la comunità nel web e tenerla in vita, inventare sempre nuove iniziative, provocare, stimolare, rispondere in tempo reale, e filtrare tutto quel che arriva.
    Molti si stanno anche chiedendo se, in un settore come quello culturale costituzionalmente penalizzato da carenza di risorse economiche, e in particolare in un momento di crisi come questo, le istituzioni siano realmente disposte a investire in un social media team. La risposta è semplice: non hanno scelta. Devono farlo se si vogliono mantenere al passo coi tempi. Così come hanno cominciato a svecchiare gli allestimenti e a investire nelle attività cosiddette educative, a pagare a caro prezzo pubblicità e uffici stampa esterni, cominceranno anche a investire nella comunicazione via web. In fondo, il lavoro di una persona per un anno può costare meno di un paio di pagine di pubblicità su un quotidiano e dare risultati infinitamente superiori. Basta crederci, impegnarsi, e trovare le persone giuste: servono professionisti della comunicazione.
    Servono persone dotate di “grandissima conoscenza tecnica delle piattaforme e degli strumenti a disposizione; ottime doti di scrittura e una forte sensibilità nel cogliere gli interessi e le esigenze della community di riferimento. Ossia, saper intercettare l’argomento giusto, avere il senso della notizia” secondo Daniele Chieffi, Online media relations manager di Eni. E, parlando dei media, Anna Masera della Stampa aggiunge che servono persone dotate di “sensibilità nel sentire il polso della rete, il senso di appartenenza alla testata, la velocità di reazione alle notizie e lo spirito di servizio nel presidiare sempre gli account. Sempre! Perché non si può perdere uno spunto o non rispondere a un lettore. Non più”. Dice inoltre: “Il social media editor di un quotidiano deve essere giornalista ma anche curare il brand, come avrebbe fatto un tempo qualcuno del marketing. Deve pensare alla presenza sui social network del giornale come azienda – la reputazione, la testata – e al tempo stesso offrire spunti giornalistici, presidiando costantemente il flusso delle informazioni online” (citazioni “dotte” da un post di Barbara Sgarzi su vanityfair.it, ma chiariscono il concetto).
    Il social media manager deve avere dunque competenze giornalistiche e di marketing, ma deve innanzitutto conoscere a menadito il proprio universo di riferimento, per proporre costantemente idee calzanti. Nel caso dei beni culturali, dev’essere un archeologo, uno storico dell’arte, un architetto o chi per essi, oltre che bravo comunicatore. La velocità con cui le informazioni viaggiano nel web richiede una capacità di interazione costante e competente. Non c’è tempo per consultarsi col direttore o altri professionisti. Bisogna sapere, sapere bene in modo da capire al meglio cosa fare in ogni momento. Se in passato la comunicazione istituzionale della cultura poteva anche essere affidata a consulenti esterni, oggi la comunicazione web dev’essere appannaggio di una professionalità così specifica e complessa, che solo l’istituzione stessa può esprimere. È dunque possibile che proprio grazie ai social network la figura del comunicatore culturale, finora molto ventilata ma mai codificata tra le professioni reali, assuma finalmente una dignità propria. È solo una possibilità e non una certezza, ma questa volta le carte da giocare sono proprio buone. Merita giocarsele al meglio.